Quanto ci costano? Inchiesta sugli emolumenti dei politici locali: arrivano gli aumenti

di Luca Amodio

Quanto guadagnano i nostri politici? Diciamocelo, è il disco rotto del dibattito mass mediale italiano. Un tema evergreen. Chi non ha mai spulciato di qua o di là o googlato per scoprire a quanto ammontassero le paghe dei nostri rappresentanti? Per curiosità ma anche per indignarci. Ebbene, non è soltanto la tigna dell’uomo qualunque che si costerna a vedere tutti quegli «0» nel conto corrente, la questione è stata anche (e continua ad essere) una cinica arma elettorale, capace di polarizzare consensi intorno alle battaglie del «tagliamo i costi alla politica». In questo calderone di indignados e presunti tribuni del popolo, non è sempre facile districarsi, anche per il denso carico di notizie false. Inoltre, se le indennità dei nostri parlamentari sono generalmente note, quelle dei nostri amministratori locali spesso paiono avvolte in un alone tetro e nebuloso. Ma in verità è molto semplice determinare la loro busta paga. 

Il criterio generale

Il guadagno della classe dirigente municipale è determinato da un decreto del 2000 che attua la Legge Bassanini dell’anno precedente (Governo D’Alema), emanata quando ancora la valuta di riferimento era la vecchia lira. Secondo questa, molto semplicemente, la paga del sindaco è direttamente proporzionale ai cittadini residenti nel comune amministrato, secondo dati range rispetto alla popolazione di riferimento con un extra se si tratta di un capoluogo. Per assessori, vice sindaco e presidente del consiglio comunale, la paga è ancorata a cascata a quella del loro primo cittadino: sempre a seconda della popolazione di riferimento, dal 15 al 75% per il Vicesindaco, dal 10% al 65% per gli Assessori, dal 5% al 10% per il presidente del consiglio comunale fino a 15 mila abitanti. La norma venne ritoccata nel 2006 quando le mensilità vennero ridotte del 10%, salvo poi aumentare nuovamente nel 2019 ma solo per i comuni fino a 3 mila abitanti.

Ci sono comunque altri parametri da evidenziare. In primo luogo, qualora il sindaco eletto decidesse di non mettersi in aspettativa dal precedente lavoro, subirebbe una riduzione dell’indennità percepita. Nello specifico, in caso fosse dipendente o pensionato, l’ammontare verrebbe dimezzato mentre, per le partite Iva, non si configurerebbe alcun taglio. Sono poi previsti dei bonus nel caso in cui le entrate di bilancio comunale e/o la spesa pro capite comunale risultasse maggiore rispetto alla media regionale: in questa circostanza, al primo cittadino andrebbe una maggiorazione rispettivamente del 3% e del 2% come premio per il lavoro svolto. 

Tabelle tratte da Il Sole 24 Ore

 

 

Gli stipendi sono aumentati

Nonostante il vento anti casta degli ultimi anni il governo Draghi ha deciso, di concerto con i ministri della pubblica amministrazione Brunetta e dell’economia Franco, di prendere in mano il problema alzando le indennità per gli amministratori (35mila persone) dei comuni delle regioni a statuto ordinario (6565 su 7903). Il criterio individuato dal nuovo esecutivo parametra allora le indennità degli amministratori locali a quello dei governatori regionali. Secondo questo schema, ai sindaci delle città metropolitane va riconosciuto un gettone pari a quello dei presidenti di regione (13,800 euro); a quelli di comuni capoluogo l’80% quando hanno più di 100mila abitanti e il 70% se ne hanno di meno; per tutti gli altri (non capoluogo) si va dal 45% per i più grandi quando la popolazione supera 50mila abitanti al 16% per quelli con meno di 3mila abitanti. Il surplus del compenso sarà tuttavia aggiornato gradualmente, aumentando rispettivamente del 45% del totale bonus nel 2022 e del 68% nel 2023, per poi arrivare al 100% nel 2024. Importante sottolineare che l’onere finanziario extra verrà interamente coperto dal bilancio statale che prevede ulteriori 100 milioni per il 2022, 150 per il 2023 e 220 a decorrere dal 2024 per il fondo ad hoc di corresponsione per l’esercizio delle cariche amministrative. Dunque, è vero che essenzialmente il costo ricade sui cittadini, ma l’intera somma è tecnicamente spalmata su base nazionale e non comune per comune. 

Insomma quanto è lo stipendio?

Le nuove indennità premiano principalmente i sindaci dei capoluoghi, specie più piccoli. Secondo quanto previsto dal Ddl legge di bilancio 2022 e dm 119/2000, per il Comune di Arezzo, trattandosi di un capoluogo con meno di 100mila abitanti (per un pelo: quasi 97000 secondo il bilancio ISTAT per il 2021), lo stipendio lordo mensile attualmente percepito dal primo cittadino è 4509 euro, destinato a salire a 6850 euro nel 2022, per poi schizzare a 9660 euro dal 2024. Un aumento proporzionale toccherà anche il vicesindaco che passerà da una indennità di 3382 euro a 7245 euro dal 2024. Idem per gli assessori la cui busta verrà gonfiata passando da 2705 euro a 5796 euro. Stessa cosa per il presidente del consiglio comunale, il cui stipendio è uguale agli amministratori per i comuni sopra i 15mila abitanti.

Per i comuni non capoluogo, la variazione di stipendio non è così accentuata ma comunque sia consistente. Soffermandosi sulle fasce anagrafiche che interessano la Valdichiana, per i comuni tra 10mila e 30mila abitanti (Cortona, Castiglion Fiorentino), la variazione delle buste paghe vede un surplus del 67%: ciò significa che i sindaci da 2789 euro arriveranno a guadagnare fino a 4140 euro dal 2024, ma già 3400 dal prossimo anno. Incremento più lieve per i vicesindaci che da 1534 euro ne riscuoteranno 2227 e per gli assessori che da 1255 euro arriveranno a 1863 euro nel 2024. Ricordiamo che nei Comuni con popolazione sino a 15.000 abitanti l’art. 69 del TUEL (Testo Unico Enti Locali) prevede che la presidenza del Consiglio comunale spetti al Sindaco, salva diversa previsione statutaria. Nel caso in cui il Sindaco sia impossibilitato a presiedere, sempre che lo Statuto non preveda diversamente, la presidenza viene assunta dal consigliere più anziano. 

Per i comuni con meno di 10mila abitanti ma più di 5mila (Foiano della Chiana, Civitella in Val di Chiana, Monte San Savino), l’incremento è più cospicuo rispetto ai precedenti, tant’è che la differenza nella busta paga degli omologhi risulterà praticamente nulla. Infatti, i sindaci, da 2510 euro ne percepiranno a fine ciclo 4000. Per il vicesindaco, si passa da 1255 euro a 2000; per gli assessori da 1129 a 1800.

Per i comuni tra i 3 e i 5 mila abitanti (Lucignano e Marciano della Chiana), per i primi cittadini si va da 1952 euro a 3036; per i vicesindaci da 390 a 607 euro; per gli assessori dai 293 euro ai 455. 

E i consiglieri comunali? 

Per i membri dell’assemblea comunale, di maggioranza e di minoranza, non esiste un vero e proprio stipendio. Anziché una indennità prestabilita, per i consiglieri comunali è previsto un gettone per ogni presenza proporzionale alla popolazione di riferimento ma non può mai superare un quarto del compenso del sindaco. Nello specifico, i membri del collegio fino a 10mila abitanti percepiscono 18 euro lordi a presenza, 22 euro se la popolazione è compresa tra 10mila e 30mila e 36 se la popolazione è inferiore a 250mila unità. Ecco perché, secondo ANCI, nonostante la nuova norma non incida direttamente sull’entità del gettone di presenza dei consiglieri, almeno il tetto massimo risulterebbe inevitabilmente gonfiato. 

Un proveddimento che non ci indigna, ma il momento è sbagliato

Sicuramente di primo acchito la questione può pacificamente destare frustrazione. Ma è pur sempre vero che i soldi sono un’unità di misura concreta del valore attribuito a ruoli e funzioni. C’è allora da chiedersi perché un sindaco debba percepire una bustapaga così inferiore rispetto a consiglieri regionali e parlamentari la cui carica, senza sminuirla populisticamente, non implica soventemente le responsabilità (non solo politica, ma giuridica) e gli oneri degli amministratori locali. E’ anche questo uno dei motivi per cui alla vigilia delle consultazioni municipali, la società civile risulta irraggiungibile e indisposta a correre per i vari collegi, conscia di un importante ufficio da una parte e di una modesta paga dall’altra. Ne risulta inevitabilmente che molti professionisti preferiscano portare avanti la loro attività piuttosto che dedicarsi alla cosa pubblica. Inadatti, la ratio del provvedimento verosimilmente va ricercata anche nel tentativo di mettere in piedi un incentivo economico per stimolare l’elettorato passivo. Detto ciò, il motivo chiave per cui il dispositivo dovrebbe far storcere il naso è il tempismo: in questo momento storico era davvero questa la priorità? 

L’emergenza coronavirus ha evidenziato come l’attività coordinante dei municipi italiani si traducesse in adeguata gestione sanitaria territoriale; ma d’altronde, due anni di pandemia, sono significati anche danni immensi a tante piccole medie imprese e lavoratori autonomi i quali forse avrebbero meritato la precedenza sugli interventi, anche in termini di consistenza. Insomma, forse la questione poteva essere rimandata per far spazio al più impellente dilemma della frammentazione della rete amministrativa che si compone di tanti piccoli comuni, spesso sprovviste di adeguati mezzi per svolgere le proprie mansioni. Concludiamo con qualche numero: 65 comuni hanno meno di 100 abitanti, 882 meno di cinquecento e oltre la metà dei comuni meno di tremila abitanti.