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Una ballerina con la valigia in mano. Lavinia Scott, l’emozione di danzare con Roberto Bolle

«La ragazza dalla valigia in mano» ama definirsi così Lavinia Scott, ballerina di danza contemporanea, che a soli 16 anni si trasferisce a Milano per inseguire il suo grande sogno. Lucignanese di nascita si appassiona alla danza a soli quattro anni, quando la madre decide d’iscriverla alla scuola di Cinzia Salvini. 

Una scelta, quasi fatta per caso che si rivelerà una mossa vincente. «Quel mondo fatato mi conquistò immediatamente – ci confida Lavinia – C’era qualcosa che inspiegabilmente mi attraeva; con il tempo quell’attrazione si trasformò in qualcosa di vitale.» 

Cosa accade a Lavinia tra i quindici e i sedici anni? 

A quindici anni su consiglio della mia insegnante iniziai a sostenere dei provini per alcune prestigiose accademie di danza tra Roma e Milano, e proprio a Milano iniziò il mio percorso formativo. Avevo inviato delle foto all’ «Accademia centro studi coreografici Teatro Carcano» che dopo averle visionate, allo scopo di valutare la mia fisicità, mi invitò a sostenere un provino con Margherita Smirnova e Elena Albano.

foto Raoul Iacometti

Cosa accadde dopo quel provino?

La Smirnova e l’Albano reputarono le mie competenze tecniche valide per essere ammessa e fui inserita in un corso di studi adeguato al mio livello. A soli sedici anni mi ritrovai catapultata da Lucignano a Milano e fu un bel cambiamento. Lontana dalla mia famiglia, entrai in collegio. La mattina andavo a scuola, frequentavo il liceo classico, il pomeriggio danzavo e di notte studiavo. 

La tua volontà di diventare una ballerina ha mai vacillato? 

No, nonostante fossi per indole una «mammona», l’idea di mollare tutto e tornarmene a casa non mi è mai passata per la testa.

Certo la lontananza si faceva sentire ma la mia famiglia mi ha sempre appoggiata e questa è stata la cosa più importante. Pensa che mia madre e mia nonna mi aiutavano telefonicamente a ripassare le lezioni. 

Quando si pensa ad un’accademia di danza, l’immagine che la mente ci riporta è quella di un luogo austero dove il carattere viene forgiato con disciplina e competizione e dove una ricerca smodata di una forma fisica perfetta diventa quasi un’ossessione. È veramente così? 

In merito alla competizione credo che si debba fare una differenza, tra quella «cattiva», che porta ad una vera e propria rivalità, e quella «sana», positiva. Nella mia accademia c’era quest’ultima forma. La competizione era vista come un trampolino per migliorarsi e la capacità altrui una leva per osare di più. La regola non era voler primeggiare a tutti i costi ma essere aperti all’errore, correggere e potenziarsi. La danza, soprattutto quella classica, richiede si magrezza e forme fisiche ben precise, ma si parla di forme che ti dona la natura e non di quelle ottenute attraverso uno stress eccessivo del proprio corpo. Non è certo il mondo della danza, con i suoi insegnanti, a indurre al dimagrimento eccessivo. 

Al Carcano c’erano soltanto donne oppure vi erano anche uomini? 

Seppure in misura inferiore c’erano anche uomini.Purtroppo, ancora oggi, la danza viene considerata una disciplina prevalentemente femminile e questo è un vero peccato. Speriamo che con l’andare del tempo questo retaggio ideologico venga annullato. 

Dopo il diploma all’accademia è stato semplice immettersi nel mondo del lavoro? 

Una volta diplomata volaì a New York, per seguire un corso formativo di danza contemporanea. Nonostante possieda una formazione classica, il mio animo è sempre stato rivolto alla danza moderna. Trascorso quel mese tornai in Italia e venni immediatamente scritturata da una compagnia teatrale la «Evolution Dance Theatre» diretta da Anthony Heinl e Nadessja Casavecchia, con la quale rimasi per tre anni. 

E poi cosa è accaduto? 

Decisi di diventare una freelance, non più vincolata ad una compagnia, ma libera di scegliere il mio percorso. 

Perché questa scelta?

Come ti dicevo ho una formazione classica ma un animo rivolto verso la danza contemporanea. In Italia le opportunità lavorative, per chi si dedica al moderno, sono irrisorie rispetto al classico. Diventare uno spirito libero mi permette di avere maggiori opportunità.

foto Raoul Iacometti

 

Veniamo alla tua storia più recente: come è arrivata la possibilità di lavorare con l’Etoilè Roberto Bolle allo spettacolo televisivo «Danza con me»? 

Beh la storia è particolarmente lunga, qualche tempo fa, prima del dilagare della pandemia, ho avuto l’apportunità di lavorare con Massimiliano Volpini, uno dei coreografi dello spettacolo «Danza con me». È stato proprio lui a scegliermi, tra un ampio ventaglio di ballerine, scritturandomi per il programma RAI di Capodanno. 

Come è stato lavorare con un ballerino del calibro di Roberto Bolle? 

Un sogno! Sei lì, ti guardi intorno, osservi quello studio televisivo e ti chiedi: «Come ci sono finita qua?» È stata un’esperienza meravigliosa che ha colmato il mio cuore di gioia. E Bolle, oltre ad essere un ‘Etoilè’ sublime, è anche una gran bella persona: educato, gentilissimo e sempre sorridente. Ha trattato tutti i ballerini come suoi pari, nessun atteggiamento di superiorità nei nostri confronti! Un vero gentleman. 

foto Raoul Iacometti

Nel futuro di Lavinia ballerina può coesistere anche una Lavinia moglie e madre? 

Assolutamente si. Desidero con tutta me stessa avere una famiglia e dei figli. Ci tengo comunque a sottolineare che quando tutto ciò accadrà, danza e famiglia saranno due universi che coesisteranno insieme, l’uno non escluderà l’altro. 

Ti sei definita «la ragazza con la valigia in mano», vogliamo spiegare il perché? 

Tra i tanti effetti collaterali che la danza mi ha regalato c’è stata la possibilità di girovagare per il mondo. In dieci anni di carriera ho avuto l’opportunità di  esibirmi in Cina, Israele, Indonesia, India, America, Brasile ed Europa. Vivo con la valigia in mano perché in qualunque momento mi  può arrivare l’ingaggio per uno spettacolo a Parigi, Londra, New York e devo essere pronta. Questa è la bellezza di essere una ballerina freelance.

Francesca Scartoni