Il Ministero degli Interni deve risarcire i familiari del pompiere aretino morto. Così la Cassazione sulla vicenda di Simone Mazzi

La terza sezione civile della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero degli interni che nel 2021 si era opposto alla condanna del tribunale per la morte del vigile del fuoco Simone Mazzi.

La vicenda

Mazzi morì mentre effettuava un soccorso il 28 gennaio 2003 nei pressi di Arezzo. Il pompiere era in servizio alla caserma di via degli Accolti. Insieme ai colleghi si recò sul posto di un incidente stradale, qui venne calato con una barella per recuperare un camionista finito fuori strada e ferito alla schiena. Qualcosa andò storto, il cavo si ruppe e il bozzello finì sulla testa del pompiere 29enne uccidendolo sul colpo. Dopo le assoluzioni dei vertici aretini dei Vvf in giudizio penale, in sede civile l’attenzione si è spostata sulle responsabilità del datore di lavoro dei pompieri, ovvero il Ministero degli Interni.

L’iter giudiziario

La sentenza di primo grado aveva stabilito che ai vigili del fuoco aretini era stata fornita un’autogrù non sicura e quindi Simone Mazzi morì per un difetto congenito del cavo di questo mezzo, con la conseguente responsabilità del Ministero degli Interni, tenuto a risarcire i familiari. Sulla sentenza risarcitoria c’era stato il ricorso del Ministero che però è stato respinto dalla Cassazione. I giudici hanno definitivamente stabilito che la causa all’origine dell’incidente mortale sul lavoro è la mancata manutenzione del mezzo in uso ai pompieri, una procedura che avrebbe potuto evidenziare i difetti e quindi evitato il guasto. Sono state quindi rigettate altre eccezioni formali sollevate dal Ministero.

Le reazioni

«Questa sentenza stabilisce definitivamente la verità – dichiarano i familiari in una nota – Simone perse la vita a causa del malfunzionamento della gru a cui era agganciato durante le operazioni di soccorso, su cui non era mai stata effettuata manutenzione e seguendo una procedura non idonea. La responsabilità del Ministero dopo più di 20 anni di processo è stata definitivamente stabilita. Non fu una sfortunata fatalità. Fu un atto di coraggio di un eroe, mandato in prima linea senza le necessarie sicurezze. Quella di oggi è una vittoria non solo per noi, per Simone ma anche per il corpo dei vigili del fuoco, perché Simone sarà ricordato non solo come un eroe ma anche come un monito allo Stato perché non ci siano altri episodi come questo, perché sia garantita sempre la sicurezza nei luoghi di lavoro, soprattutto per chi è sempre in prima linea come i vigili del fuoco. Rimane il rammarico per uno Stato che si è accanito verso di noi con un processo durato più di venti anni, con continui appelli da parte del Ministero verso le sentenze che lo condannavano, fino alla Cassazione. Un processo che ci ha fiaccato sia emotivamente che economicamente, un Davide contro Golia. Rammarico anche verso la politica nazionale, i vari parlamentari aretini, che in questi anni non ci ha mai dato risposte e si è sempre voltata da un’altra parte. Ringrazio invece l’Amministrazione Comunale di Arezzo per l’intitolazione della piazza in memoria di Simone e soprattutto gli avvocati, Roberto e Simone De Fraja, che mi hanno accompagnato in questi anni sempre credendoci fino in fondo. Ringrazio anche la Giustizia che ha funzionato, senza farsi condizionare dalla presenza ingombrante del Ministero, stabilendo la verità, rendendo giustizia a Simone e alla mia famiglia e permettendo anche stavolta che Davide vincesse contro Golia».