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La piazza dei giovani

«Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti», cantava De Andrè in una sua celebre ballata. Chissà se qualcuno dei tanti ragazzi che sono scesi in piazza e nelle strade questi giorni aveva orecchiato mai questi versi. Ma a prescindere c’è una considerazione da fare: l’indifferenza non ha avuto la meglio. Faber oggi non scriverebbe «se la paura di guardare, vi ha fatto chinare il mento». Affermare perentoriamente da che parte della storia collocarsi, schierarsi incondizionatamente a favore della pace, ripudiare ogni forma di violenza come strumento per risolvere le controversie sono stati la bussola delle manifestazioni che ormai da settimane si susseguono in Valdichiana. Ovvio, sono forme di partecipazione simbolica la cui voce, diciamocelo francamente, non farà eco nei giochi diplomatici. D’altronde, non si può pensare che la famigerata società civile possa fare altro per cambiare le cose nello scacchiere internazionale. Non è neppure la prima volta che i giovani scendono in piazza. Nemmeno qui in Provincia. Molti di voi ricorderanno bene le varie mobilitazioni per le strade di Arezzo nell’ambito del Friday for Future e del Black Live Matter che in entrambi i casi hanno collezionato un’ampia adesione proprio dalla Generazione Z. In ogni caso l’opinione pubblica si è sempre divisa, da una parte si è plaudito l’impegno dei ragazzi che hanno «detto la loro», d’altra parte non sono mancate critiche (e le polemiche) rispetto un impegno vistoso sì ma che, nei fatti, non produce nessun risultato concreto (?). Ma altrimenti cosa possono fare effettivamente i giovani per dire la loro? 

Procediamo per gradi.

Vediamo per primo il grado più alto: l’impegno politico in senso stretto. Nonostante sia un pregiudizio ben radicato nella nostra cultura, la politica non è necessariamente «roba da grandi». La serietà e l’impegno sono le prerogative ma non sono certo appannaggio di una certa coorte demografica. Anzi, certi dinosauri della politica nostrana smentiscono facilmente tale assunto. Si può, certo, dire che servono competenze per sedere nelle famigerate poltrone ma spesso sono i giovani ad essere le fasce più istruite. E si può controbattere dicendo che serve esperienza, ma – scusate il gioco di parole – l’esperienza si fa con le esperienze. Inoltre, il patto generazionale verso cui dovremmo tendere non può che fondarsi su uno scambio bidimensionale tra giovani ed adulti dove i primi mettono sul piatto innovazione ed energia e senior saggezza ed esperienza. Allora, com’è la situazione in Valdichiana?

I giovani (non me ne vogliate ma intendo under 30) titolari di cariche, assessorati, nelle giunte sono assenti sia in tutta la Valdichiana aretina e sia nel consiglio comunale della città capoluogo e sono estremamente sottorappresentati nei consigli comunali. Le eccezioni riguardano soltanto Foiano della Chiana con Eva Rubegni (classe 2000), Lucignano con Alessio Segoni (classe ‘97) e Arezzo con Mattia Delfini (classe ‘95) e Renato Viscovo (‘94). Il quadro che traspare è univoco: i giovani non hanno sempre e sufficienti rappresentanti nei municipi. Ciò, tuttavia, non significa necessariamente che non siano rappresentati, in quanto ogni giunta cerca di mettere in campo, più o meno a seconda della propria volontà politica, politiche giovanili che, com’è però evidente, sono pensate per i giovani ma non dai giovani. E qui potrebbero sorgere alcuni problemi. Come si fa a capire cosa salta nella mente di noi ragazzi? 

E qui veniamo ad un secondo livello di impegno politico. Non istituzionale ma, diciamo, pseudo istituzionale. Infatti, da ormai diversi anni, per orientarsi un po’ nello stravagante mondo dei millenials e comprendere meglio i loro interessi, sono nati alcuni consigli comunali formato junior, ovvero dei collegi dove per ogni istituto vengono eletti dei rappresentanti degli studenti. A differenza dei rappresentanti d’istituto questi piccoli consigli hanno come «terreno di competenza» non la propria scuola ma il loro territorio comunale. Il Consiglio comunale dei ragazzi e delle ragazze di Cortona è un esempio. L’assemblea è presieduta dal Sindaco Jr Edoardo Neri che ha speso belle parole riguardo «è un primo passo per avvicinare i giovani alla politica». Gli assessori della baby giunta hanno proposto come priorità sia la sensibilità ambientale sia lo sport, con una settimana dedicata al calcio, basket e pallavolo.Gli omologhi Castiglionesi si sono invece interessati ad altre questioni. Infatti, durante la prima seduta del consiglio comunale dei ragazzi a Castiglion Fiorentino è stato impostato il lavoro sulle tematiche della «Festa della Donna» del quale si attendono gli elaborati per allestire la mostra in programma il prossimo 28 maggio ed è stata affrontata la questione dell’intitolazione del parco di zona Villa Lovari dove il 23 maggio del 2019, nella Giornata della Legalità fu messa a dimora la «Pianta della Legalità». Anche io da studente ne feci parte nel 2018 nell’ambito dei progetti del Comune di Arezzo, ma non posso che constatare che furono iniziative che si andarono ad esaurire con il termine conferenza stampa risultando una mera e passerella. Tuttavia, non bisogna di certo fare di tutta l’erba un fascio: questi piccoli collegi ad hoc sono certamente un laboratorio interessante, almeno come bussola per comprendere dove tiri l’aria e quale sia il sentimento della fasce giovanili. Ciò che li renderà utili o meno, sarà se l’attività di coordinamento si rivelerà effettivamente costante, sia nella fase di dialogo che in quella di attuazione, con le amministrazioni comunali. Pena, avere soltanto un faldone di carta straccia. 

Per cercare di saziare lacune e incertezze rispetto a questa discrasia tra istituzioni e popolazione giovanile ritengo un’ importante contributo il report della Dott.ssa Lucia Moretti che ha condotto una ricerca sui gusti dei Millennials nel Comune di Cortona. Nel dettaglio è stato somministrato a 707 studenti un questionario on line finalizzato a creare un data base utile per la progettazioni di eventi nel territorio, grazie alla raccolta di informazione sui gusti artistici e musicali dei teenagers (dalle medie alle scuole superiori, dagli 11 ai 19 anni circa). Sebbene la ricerca fosse circoscritta alle tendenze culturali dei ragazzi, possiamo estrapolare un’importante chiave di lettura anche per la nostra analisi. «Alla domanda «A quali eventi culturali ti piacerebbe partecipare nel tuo territorio?» è emerso uno spiccato interesse verso gli eventi musicali e sportivi. Verso Ecologia quasi 0», ci dice Moretti. E questo francamente mi stupisce. Dunque, su cosa dovrebbero puntare le amministrazioni e le varie associazioni ed enti sul territorio per coinvolgere le nuove generazioni? «Il primo dato fondamentale da sottolineare è il forte senso di appartenenza nella misura in cui costoro danno una forte importanza ad amici e famiglia, ma anche alla scuola». E’ una constatazione cruciale a mio avviso, mi permetto di aggiungere: sentirsi parte di qualcosa, che sia la comunità scolastica, che sia il gruppo dei pari, è la premessa per ogni forma di partecipazione, sia civile che politica. Nonostante i social network consentano a ognuno di noi di partecipare al discorso pubblico autonomamente, con un tweet con una instagram story o con un post su facebook, è impensabile pensare che certe forme di partecipazione politica vengano poste in essere in forma autonoma e individuale. «Proprio a questo proposito i progetti che dovrebbero essere promossi sono quelli che hanno come pietra angolare proprio la condivisione, il mettere in comune esperienze e coltivare così una consapevolezza culturale e geografica. Nella fattispecie piacerebbe agli intervistati dei laboratori di teatro, di musica ed espressivi». Per certi aspetti, sacche di apatia e disinteresse verso la cosa pubblica sono comunque esplicitabili, parafraso io, nel claim «i giovani non si occupano di politica perché la politica non si occupa dei giovani», infatti Moretti dice «fermo restando le difficoltà indubbie degli ultimi due anni, privare i giovani di certi percorsi relazionali ostacola lo svilupparsi di fenomeni di attivismo». 

La scuola, in quanto agenzia di socializzazione primaria, dovrebbe portare avanti questa campagna come gonfaloniere «Gli istituti stanno facendo molto, sono molto propositivi rispetto certe iniziative: c’è un’autentica comunità educante ma come succede nelle grandi città dovremmo creare delle vere e proprie reti pedagogiche, come dei centri culturali, per creare una consapevolezza individuale, politica e civica». Effettivamente i due anni di pandemia hanno precarizzato una società già liquida, rendendo precarie non solo le condizioni di salute, nostre e dei nostri cari, ma anche i rapporti interpersonali e la possibilità di collezionare esperienze (quanti viaggi abbiamo disdetto?). Ciononostante, sempre per citare il sociologo polacco, si avverte come reazione una spiccata «voglia di comunità» dalle nuove generazioni: forse proprio per compensare le incertezze di questa cesura storica. Una «voglia» che spesso si traduce in autentico impegno civile se non propriamente politico. 

Ma come abbiamo visto, lo spazio a disposizione che hanno i giovani è assai modesto e spesso privo di un effettivo «potere» necessario per trasformare le «parole» in «fatti». Almeno dentro le istituzioni politiche. Stesso discorso, potremmo fare per le altre organizzazioni economiche, culturali, sanitarie ecc. dove tra l’altro si scala al vertice per curriculum e non attraverso le urne. Insomma, quel che resta ai giovani -almeno alla maggior parte – è tutto ciò che sta fuori dal palazzo. Calandosi nel dettaglio, fatta salva una sparuta minoranza che si da all’attivismo all’interno di un partito, possiamo definire l’impegno politico dei giovani piuttosto che legato ad un’ideologia, o più semplicemente a un’idea, legato a tematiche ben precise: dall’ambiente, alle disuguaglianze sociali, al razzismo, ecc ecc… per testimoniarlo i più impegnati si riuniscono in associazioni, come quelle studentesche ad esempio, gli altri seguono un po’ la logica di quello che gli esperti chiamano «cittadino vigile»: ovvero sia un cittadino che, seppur paia apolitico e disinteressato, invero si mobilita e si attiva nel momento in cui una determinata problematica lo tange sia interiormente che pragmaticamente. Attenzione: non significa affatto che i giovani siano disinteressati alla cosa pubblica in tutti gli altri momenti. Infatti, se non in maniera manifesta e vistosa, non possiamo non considerare una forma di partecipazione l’attività che viene fatta da noi ragazzi sui social network quando condividiamo, commentiamo una notizia socialmente rilevante affermando il nostro disinteresse o meno. Per non parlare di quando partecipiamo ad una discussione on line. Udite udite, questa è un’ arricchimento del dibattito pubblico, per quanto con modalità diverse rispetto al secolo scorso. La differenza oltre che nel «come» sta in uno slittamento semantico a mio avviso: da un impegno politico si passa ad un impegno civico o pubblico, ma non per questo politicamente irrilevante.

E ora arrivano i «ma». Come, ho già scritto in un editoriale qualche mese fa, noi giovani siamo probabilmente il motore della politica ma ciò non ci deve sottrarsi dal fare fare mea culpa per rivalutare criticamente la nostra modalità di partecipazione. Il nostro «dire la nostra» troppo spesso è assimilabile ad un’indignazione fine a se stessa, immatura e puerile. Dovrebbe invece diventare più pragmatica e consapevole, senza perdere quell’energia che caratterizza la giovinezza. Diciamolo papale papale: a volte siamo troppo superficiali. E, per primo, dedico a chi è dietro queste righe questo ammonimento. Concludendo, noi giovani partecipiamo (eccome!) ma spesso servirebbe dare una maggiore profondità per rendere effettivamente costruttivi i nostri «j’accuse». Altrimenti, per concludere con un altro cantautore che abuso a citare, questo «scambio di barbe, di baffi e di kimoni non fa più male a nessuno «perché «quando è moda è moda».

Luca Amodio

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Ora si!!! 👍🏻

Magari mettete il teatro di Castiglion Fiorentino, questo è il Signorelli di Cortona 😜

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