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Mauro dopo il Covid19 è tornato in sella. Dall’incubo in terapia intensiva alla fisioterapia. La storia

Ore 20: arriva l’ambulanza. “Scendo a piedi le scale di casa e ci salgo da solo”. Ore 20.40, telefonata dal San Donato alla moglie: “le dicono che mi hanno portato in terapia intensiva”.
Bastano 40 minuti per cambiare la vita. “Ero risultato positivo al Covid il 22 dicembre – ricorda Mauro Bartoli. Seguito dall’Usca per 5 giorni e poi quella frase della dottoressa: la saturazione è bassa. Arrivato in terapia intensiva il 27 dicembre, sono rimasto in coma farmacologico fino al 20 gennaio. Oggi, quando mi chiedono l’età, rispondo che ho 72 anni meno un mese. 25 giorni di cui non ricordo nulla: è come non averli vissuti”.

Da terapia intensiva alla degenza Covid di malattie infettive: altre 3 settimane, fino al 29 gennaio. Quindi un passaggio nelle cure intermedie dell’ospedale della Fratta. Il 30 gennaio il ritorno a casa.
Mauro Bartoli, prima del contagio, aveva vissuto come il nome che ha dato alla sua agenzia di Arezzo: con sprint. Non solo il lavoro ma anche la bicicletta, le passeggiate nel bosco, la pesca in barca al mare.

“Non mi fermavo mai. Il Covid mi ha invece immobilizzato il corpo e la testa. Uscito dal coma, era come se tutti i cubi del cervello si fossero mischiati. Ho riacquistato lucidità ma la sensazione di non avere la forza di comandare il corpo è terribile. All’inizio della degenza in malattie infettive ero arrabbiato e non collaboravo. Facevo fatica a sopportare il casco e talvolta trattavo male anche quelle fantastiche persone, medici e infermieri, che avevano cura di me”.
Poi è iniziata la fisioterapia. “E questa mi ha cambiato la vita – ricorda Mauro. E’ iniziata quando ero in malattie infettive e il mio unico pensiero, quando mi hanno trasferito alla Fratta, era di poterla continuare dopo”. Andrea Giommoni è il fisioterapista che l’ha seguito sia nella degenza Covid che in ambulatorio e ancora oggi continua ad essere il suo punto di riferimento: “in degenza lo abbiamo stimolato al recupero della mobilità articolare e forza muscolare, nel posizionamento seduto e nel tentativo di statica. Cosa non semplice anche perché lui è di grande stazza”. E lui risponde: “mica è colpa mia se mi piace mangiare”.

Mauro migliora. “Un giorno mi è tornato in mente il codice fiscale ed ho capito che le cose stavano andando a posto. Quando i medici mi hanno detto che ce l’avrei fatta, mi sono dato un programma. Una roba seria, in 3 punti. Il primo: tornare a casa per vedere Elena e Linda, le mie nipotine. Il secondo: andare in bagno da solo. Il terzo: non essere di peso alla famiglia. Ce la sto facendo”.
Giommoni precisa: “abbiamo condiviso la scelta di effettuare dopo la dimissione la visita d’equipe multidisciplinare dove è stato redatto il progetto riabilitativo individuale per una durata di 2 mesi”.

“Ricordo – prosegue Bartoli – quando mi hanno messo in piedi la prima volta e la frase che mi dissero Emiliano Ceccherini, Direttore della Fisioterapia e la fisiatra Rosanna Palilla: ce la farai. Capivano che ero estremamente motivato e che dovevo recuperare la capacità di resistenza allo sforzo”.
L’impegno per la riabilitazione è totale. “La prima volta che sono arrivato alla palestra della fisioterapia del San Donato, ero con l’ambulanza e la barella. Poi in carrozzina accompagnato da uno dei miei figli e adesso posso non solo guidare l’automobile ma anche andare in bicicletta. La prima volta ho fatto 4 chilometri. L’ultima volta era stata pochi giorni prima del contagio e allora, di chilometri, ne avevo fatti 10 volte tanto”.

Lui ce la mette tutta. “A casa ci sono mia moglie Rita, i figli Andrea e Mirco e mia nuora Silvia. Senza di loro non ce l’avrai fatta. Io ho avuto pazienza e fede e loro, ogni sera, si ritrovavano pregando per me. A casa mi muovo ogni volta che posso. Se la notte mi sveglio, mi siedo sul letto e alzo gambe e braccia”.
Nell’immediato futuro vede bicicletta e canna da pesca, la campagna aretina e il Mar Tirreno. La sua agenzia, aperta dal 1968, è nelle mani dei figli. La famiglia è al centro della sua vita. Della nuova vita. “Ho imparato molto e sono anche cambiato. Un mese è scomparso dalla mia storia ma i medici di malattia infettive lo hanno raccontato ogni giorno a mia moglie e ai miei figli. E ho saputo dell’angoscia con la quale hanno vissuto e interpretato la parola ‘stazionario’. Il tempo trascorso in ospedale e quello che uso adesso per la fisioterapia mi hanno convinto che io sono stato fortunato a nascere ad Arezzo. La famiglia e la fede mi hanno sostenuto ma a salvarmi sono stati tutti gli operatori che mi hanno seguito in un viaggio che per lunghe settimane è stato dall’esito incerto. E una mano è arrivata anche dai compagni di stanza. Uno di loro, Mario, mi disse al mio arrivo: vai che ce la fai. Ricordo lui che mi dava coraggio ma ricordo anche quelli che non ce l’hanno fatta”.
La riabilitazione continua. “Il cervello è tornato a dirmi di correre. Vorrei ma non ce la faccio. Almeno per ora. Intanto domenica ho cotto una nana ripiena sulla griglia nel giardino. La vita è ripresa”.